PELE’

    Il film racconta la storia del calciatore brasiliano Edson Arantes do Nascimento, divenuto celebre in tutto il mondo con il nome di Pelé.

    Il piccolo Pelè trascorre la propria infanzia a Bauru tra i vicoli delle favelas della città.

    La sua passione è sempre stata il calcio, sport che spera un giorno diventi la sua professione. Fin da bambino era solito giocare con i suoi amici per le vie del suo paese ed esercitarsi a palleggiare e a giocare senza scarpe con palloni improvvisati, costruiti con le bucce di arancia raggruppate in buste di plastica o con palline di carta di giornale.

    Nel 1950 arriva la sconfitta del Brasile ai mondiali, e il calcio diventa per il popolo brasiliano motivo di vergogna per il popolo. Il padre di Pelè, anche lui ex calciatore, impedisce al figlio di giocare a calcio e lo manda a lavorare.

    L’incontro di Pelè con Josè Altafini, che diventerà suo acerrimo rivale, lo spinge ad iscriversi di nascosto ad un torneo, dove viene notato da un allenatore che propone alla famiglia do Nascimento di coltivare le doti calciste del giovane.  La tragica morte dell’amico Thiago, avvenuta a causa di una bravata tra amici, lo porta ad abbandonare la sua passione per dedicarsi totalmente al lavoro come inserviente.

    Il giovane Pelè cresce dedicando il suo tempo libero allo sport che tanto ama, allenandosi di nascosto assieme al padre e imparando la ginga, la base della Capoeira, un’arte marziale afro-brasiliana che mescola danza, autodifesa e musica.

    Un giorno la madre scoprirà il segreto che padre e figlio tengono gelosamente custodito e desiderosa di vedere il figlio felice e con un futuro migliore, lo iscrive ad un provino per la squadra dei Santos.

    Pelè entrerà a soli 17 anni a far parte della formazione ufficiale della squadra e tutti noteranno il suo modo diverso di giocare, tuttavia proprio per questo sarà bersaglio di critiche e si troverà a lottare tra il desiderio di realizzare il suo sogno e quello di portare nel calcio la tanto amata ginga… 

    Il film su Pelè insegna il vero spirito dello sport: sacrificio, tenacia, motivazione, creatività, flessibilità oltre  all’importanza della famiglia, dei buoni principi, del riscatto, delle proprie origini e del credere sempre nei propri sogni.

    In programmazione su Canale 5 giovedì 9 settembre alle ore 21.20

    A cura di: Mara Campagnaro


    VADO A SCUOLA

    Il film ‘’Vado a scuola’’ del regista francese Pascal Pisson, racconta come quattro ragazzi, che vivono inquattro angoli sperduti della terra, affrontano ogni  giorno ore di cammino pur di arrivare a scuola. Il primo è Jackson, vive in Kenya e con la sorellina percorre ogni giorno 15 Km a piedi, rischiando di incontrare lungo la strada pericolosi elefanti. Poi c'è  Carlito che vive in Patagonia e con la sorellina raggiunge a cavallo la sua scuola dopo 25 km di cavalcata nella steppa. Lungo la via incontra altri due compagni, anche loro a cavallo e insieme percorrono il tratto che li separa dalla scuola. Una volta giunti a destinazione i bambini hanno legato i cavalli al palo come facevamo noi con le nostre biciclette. Samuel vive in un villaggio sul Golfo del Bengala, con due fratellini più piccoli e la sua amorevole madre. Samuel è disabile e raggiunge ogni mattina la sua scuola su una sgangherata sedia a rotelle. I due fratelli lo spingono attraverso strade sabbiose e impervie.  La ruota si rompe, devono fermarsi ma questo non li scoraggia e non fa perdere loro la gioia e il loro bellissimo sorriso. In Marocco troviamo la giovane Zahira. Lei è una bambina che ha già capito l’importanza dell’istruzione. Con due sue compagne una volta alla settimana fa quattro ore a piedi per raggiungere il collegio.  La volontà di cambiare alcune tradizioni arcaiche, trova forte opposizione nella popolazione ed e’ evidente quando gli uomini si rifiutano di darle un passaggio fino alla scuola. Un film commovente, da vedere in un periodo storico come questo in cui abbiamo capito l’importanza che ha l’andare a scuola come luogo fisico, luogo di scambio in cui studiare imparare, crescere e condividere con i pari.  Un film da rammentare quando alla mattina il pullman passerà a prenderci quasi sotto casa e noi penseremo … non ho voglia di andare a scuola …. a cura di D’Allura Barbara var player = plyr.setup('#plyr-media-player-731', {showPosterOnEnd: true,controls: ['play-large', 'play', 'progress', 'current-time', 'mute', 'volume', 'fullscreen'],i18n: {play:"FLEX_ADDON_PLYR_PLAY",pause:"FLEX_ADDON_PLYR_PAUSE",toggleMute:"FLEX_ADDON_PLYR_TOGGLE_MUTE",toggleCaptions:"FLEX_ADDON_PLYR_TOGGLE_CAPTIONS",toggleFullscreen:"FLEX_ADDON_PLYR_TOGGLE_FULLSCREEN"},captions:{defaultActive:true},volume: 7,iconUrl:"/administrator/templates/isis/sppagebuilder/addons/plyr/assets/css/plyr.svg"});

    CORTOMETRAGGI PER RIFLETTERE: “CIRCO DELLA FARFALLA”

    Il Circo della Farfalla è un cortometraggio del 2009, diretto da Joshua Weigel e diffuso negli Stati Uniti con il nome “The Butterfly Circus”. Esso accompagna lo spettatore a riflettere su più temi, che convergono soprattutto sulla necessità di «conoscere se stessi per apprezzare gli altri». Un giorno il signor  Méndez, direttore di un Circo denominato Circo della Farfalla, mentre sta ammirando le esibizioni di alcuni personaggi di un altro circo a cui fa visita, si imbatte nell’esibizione di Will, incentrata sulla sua disabilità  e che sembra suscitare l’ilarità di tutto il pubblico. Colpito probabilmente dal divertimento suscitato da tale esibizione, ma che in realtà era una vera e propria umiliazione nei confronti di Will, decide di dare una svolta a queste offese e porre invece l’accento al lato positivo della disabilità. Will diventa quindi un membro del Circo di Méndez dove trova l’opportunità di scoprire il suo vero talento ed esibire il suo potenziale. La nuova vita di Will all’interno del Circo della Farfalla fa emergere come le risorse siano più importanti dei limiti e come ognuno, pur nella sua diversità, ha sicuramente un valore che lo può far sentire straordinario. Un giorno Will, vedendosi in difficoltà nell’attraversare un ruscello durante un momento di svago con i suoi nuovi amici e sentendosi ignorato dai compagni nel momento del bisogno, si trova a dover prendere una posizione di coraggio che gli permette di scoprire proprio il suo vero talento. Ecco quindi che dalla condizione che lo spingeva a dover essere sempre “dipendente” dall’aiuto altrui, viene invece sottolineata la possibilità di “provarci da soli”, vincere il pericolo ed emergere più forti di prima: una vera conquista che gli ha permesso di promuovere il valore e l’importanza di “urlare a tutti di esserci nel mondo”. Il titolo del cortometraggio è una vera e propria metafora: come Will riaffiora dall’acqua del ruscello dopo essere stato ignorato dai compagni nel momento del bisogno, così il bruco diventa farfalla, dando vita ad una nuova realizzazione, ad una nuova identità. Dopo questa grande potenzialità scoperta, Will, si esibisce mostrando al pubblico che nonostante la sua disabilità, tuffandosi in una vasca d’acqua, riesce comunque a riemergere e a far sentire il suo carattere e la sua vera identità. A tal proposito, un grande contributo è stato dato anche da Canevaro (2008), il quale ha riassunto questo passaggio attraverso la metafora delle “Pietre che affiorano”: “…chi vuole attraversare un corso d’acqua che separa due sponde, e non vuole bagnarsi, mette i piedi sulle pietre che affiorano. Forse butta una pietra per costruirsi un punto di appoggio dove manca. Questi appoggi sono i mediatori, coloro che forniscono un sostegno e che si collegano l’uno con l’altro. Un mediatore è come un semplice sasso su cui appoggiare il piede per andare all’altra riva […]. Se un mediatore non invitasse a quello successivo, non sarebbe più tale. Potrebbe trasformarsi in un feticcio, in prigione, in sosta forzata.” Canevaro, con questo breve passo, sottolinea quindi che nella vita non sia sempre consigliabile offrire aiuto in modo “servile” a tutti, poiché il fatto di “soccorrere” di fronte a qualsiasi difficoltà, significa bloccare il potenziale della persona stessa, bloccare la possibilità di far emergere il suo talento e costringerla ad essere sempre esclusivamente dipendente dagli altri. Il Circo della Farfalla rappresenta pertanto un’ottima occasione per poter riflettere anche sul progetto di vita di ciascuno: ognuno di noi, ha infatti bisogno di “dare un senso” alla propria esistenza. Parlare di un progetto di vita significa quindi “progettar-si”, ossia decidere, con maggiore autonomia e sulla base di una più sperimentata e verificata conoscenza di sé, la propria identità. Per questo, nel caso ci siano delle difficoltà, dei dubbi, delle angosce o dei tentativi falliti che sembrano porsi come limiti invalicabili, come prova della propria impossibilità, è naturale ci si possa chiedere come passare dall’incertezza e dalla paura del domani alla progettazione del proprio futuro. Ecco perché risulta essere necessaria l’elaborazione di un progetto di vita, che è insieme familiare, scolastico, formativo, lavorativo, culturale, sociale, di realizzazione di sé. Si tratta quindi di un messaggio sul quale è bene riflettere, pensando soprattutto all’importanza del valore dei talenti. A tal proposito, qualunque esso sia, povero o ricco, di un tipo o dell’altro, non va “sprecato” ma va fatto fruttare, soprattutto attraverso la formazione della persona, poiché rappresenta la grande occasione che ci permette di favorire un percorso educativo significativo, di crescita intellettuale e cognitiva, affettiva ed emotiva, etica e relazionale.A cura di Claudia Bernardi

    SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

    SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE  di  Luigi Pirandello

    Tra le più grandi opere teatrali di Luigi Pirandello, spicca sicuramente Sei personaggi in cerca d’autore. Il testo è basato sulla tecnica del “Teatro nel Teatro”, infatti prevede che un gruppo di attori metta in scena la storia di un allestimento teatrale.

    Il dramma teatrale fu rappresentato per la prima volta nel 1921 al teatro Valle di Roma ed è in programma anche per questo Sabato 8 Maggio su Rai5 alle ore 21.15, nella versione diretta ed interpretata da Michele Placido.

    Luigi Pirandello nacque a Girgenti (diventata Agrigento solo in epoca fascista) nel 1867 e si interessò fin da piccolo a fondamenti di natura filologica e letterale. Nel 1894 sposò Antonietta Portulano, figlia del socio d’affari del padre. Essi trascorsero una vita agiata e felice, ma quando caddero in una crisi economica, la difficile situazione che furono costretti ad attraversare influenzò moltissimo la sua produzione artistica.

    Nel 1934 Pirandello vinse il premio Nobel per la letteratura.  Mori a Roma nel 1936.

    Il grande successo che oggi associamo a Sei Personaggi in cerca d’autore non venne riscontrato alla prima rappresentazione del 1921, anzi all’epoca fu un fiasco clamoroso. Successivamente la rappresentazione acquistò un maggior consenso fino a trionfare nel 1923 al teatro degli Champs-Elysées a Parigi.

    La trama dell’opera vede come protagonisti sei personaggi che rivendicano l’impossibilità di esprimersi, di comunicare e di poter aver contatto con ciò che governa il mondo. Essi rivendicano dal loro autore una vita vera, una vita costruita al di fuori della immutabilità e invariabilità dell’arte.

    La tragedia si apre con la comparsa di una compagnia di attori che stanno provando la commedia Il giuoco delle parti. Durante lo svolgimento dell’azione entrano in scena sei personaggi, i quali implorano il Direttore di poter raccontare la loro storia e dare voce al loro dramma familiare.

    La vicenda, quindi, si capovolge e i personaggi raccontano la loro storia al fine di farla rappresentare agli attori già presenti in scena. Ecco la grande invenzione della tecnica del Teatro nel Teatro.

    I personaggi, privi di nome, sono concepiti e rappresentati  come un Padre, una Madre, un Figlio, la Figliastra, la Bambina e il Giovinetto. Il Padre si è separato dalla Madre dopo aver dato alla luce il Figlio; la Madre, dopo la separazione, intreccia una relazione con il segretario che lavora in casa loro e dal quale ha altri tre figli: la Figliastra, la Bambina e il Giovinetto.

    La Madre, dopo la morte del suo nuovo compagno (il Segretario), è costretta a lavorare come sarta presso l’Atelier di Madama Pace. In questo luogo sono costrette a prostituirsi molte donne, tra cui la Figliastra. Un giorno, essendo il Padre un cliente abituale dell’Atelier di Madama Pace, rischia un rapporto di incesto con la Figliastra che non aveva riconosciuto. Fortunatamente, grazie all’intervento tempestivo della Madre, si evita quello che sarebbe stato un vero e proprio “disastro”.

    Turbato, pentito e imbarazzato da quanto stava per accadere, il Padre decide di riaccogliere nuovamente sotto la sua dimora la Madre, la Figliastra, il Figlio e il Giovinetto, provocando però un clima difficile, di continui contrasti e di convivenza insostenibile.

    I sentimenti inscenati come la vergogna, il dolore e il rimorso, accompagnano lo spettatore alla tragica conclusione della vicenda, la quale tuttavia lascia nel pubblico il dubbio che sia l’ennesima finzione scenica e che in realtà la Bambina non anneghi davvero nella vasca del giardino e che il Giovinetto non metta fine alla propria vita sparandosi.

    L’ opera teatrale è ricca di significati che stimolano la riflessione e si pone nell’ottica di coinvolgere il pubblico, il quale non è passivo ma spettatore attivo della messa in scena.

    A cura di Claudia Bernardi


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